
Sono passati 30 anni dalla pubblicazione dell’RFC 1883, il documento che nel dicembre 1995 definì per la prima volta IPv6, eppure il nuovo protocollo Internet non ha ancora sostituito completamente IPv4. La necessità di un nuovo protocollo emerse quando la comunità Internet si rese conto che gli indirizzi IPv4 non sarebbero stati sufficienti a sostenere la crescita della rete. IPv6 fu progettato per risolvere il problema con uno spazio di indirizzamento enormemente più ampio, capace di supportare miliardi di dispositivi senza ricorrere a soluzioni temporanee come il NAT. Nonostante ciò, IPv4 continua a essere ampiamente utilizzato, soprattutto in regioni dove la pressione sugli indirizzi è stata mitigata da tecniche di condivisione.
Secondo Cisco, nel 2025 il traffico IPv6 ha superato il 50% del totale globale, segnando un traguardo importante per la maturità del protocollo. La maggior parte dei sistemi operativi moderni preferisce IPv6 quando disponibile; tecnologie come Happy Eyeballs consentono di passare rapidamente a IPv4 in caso di problemi, rendendo la transizione quasi invisibile agli utenti finali.
Nonostante questi progressi, l’adozione non è uniforme. Un’analisi di IPXO evidenzia che Asia e Sud America mostrano livelli di implementazione più elevati rispetto a Stati Uniti ed Europa, dove molte reti aziendali e pubbliche continuano a dipendere da IPv4 per ragioni di compatibilità e costi di aggiornamento. La mancanza di obblighi normativi in molte regioni ha contribuito a rallentare la migrazione. La transizione a IPv6 non è solo una questione tecnica, ma anche organizzativa. Molte aziende esitano a investire in aggiornamenti infrastrutturali quando IPv4 continua a funzionare, seppur con limitazioni crescenti. La scarsità di indirizzi IPv4 ha portato alla nascita di un mercato secondario, con prezzi in aumento e una crescente pressione verso l’adozione di IPv6.
Alcuni esperti sottolineano che uno dei motivi principali della lentezza della transizione è che IPv4, pur essendo tecnicamente limitato, è diventato estremamente robusto grazie a decenni di ottimizzazioni. Le reti globali sono costruite attorno a esso e sostituirlo completamente richiede tempo, risorse e coordinamento internazionale. IPv6, pur essendo più moderno, non offre vantaggi immediatamente percepibili dagli utenti finali, rendendo la migrazione meno urgente per molte organizzazioni. La situazione è diversa per i grandi provider cloud. Cisco conferma che molte piattaforme stanno adottando un approccio IPv6‑first, progettando nuove infrastrutture che utilizzano il protocollo nativamente e ricorrono a IPv4 solo quando necessario. Questo modello sta diventando sempre più comune nei data center di nuova generazione, dove la scalabilità è un requisito fondamentale.
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Il trentesimo anniversario di IPv6 arriva in un momento in cui la crescita dell’Internet of Things, dei servizi cloud e delle reti mobili 5G e 6G rende sempre più urgente la disponibilità di indirizzi univoci. IPv4 non può sostenere questa espansione senza ricorrere a soluzioni complesse, mentre IPv6 è stato progettato proprio per gestire scenari di connettività massiccia. La combinazione di pressioni economiche, esigenze tecniche e politiche pubbliche sta insomma gradualmente spingendo il settore verso un futuro in cui IPv4 diventerà sempre meno rilevante. Per arrivare alla sostituzione completa, però, potrebbero essere necessari ancora molti anni.
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