
Dopo un processo durato più di un mese, mercoledì 25 marzo una giuria californiana ha ritenuto Meta e YouTube responsabili dei danni psicologici e della dipendenza da social in una ragazza che usava compulsivamente Instagram e YouTube da quando era bambina.
I due colossi tech sono state accusati di negligenza rispetto alla scelta, per le loro piattaforme social, di un design che poteva generare dipendenza negli utenti, specialmente se molto giovani. In altre parole: sapevano che alcune caratteristiche dei loro social potevano arrecare danni, ma non sono intervenuti per evitarli.
A questo verdetto “pilota” sancito dalla Corte Superiore della California nella contea di Los Angeles potrebbero seguirne altri, con un effetto a catena che potrebbe costringere i giganti dei social media a riconsiderare il modo in cui le loro piattaforme sono progettate.
Un caso che potrebbe fare scuola
Nel caso chiamato KGM, dalle iniziali della querelante, rimasta anonima, una giovane donna oggi ventenne ha raccontato di aver iniziato a usare Instagram (che appartiene a Meta) e YouTube rispettivamente quando aveva 6 e 11 anni. Nel tempo, la bambina aveva sviluppato dipendenza dalle due piattaforme social, insieme ad ansia, dismorfofobia (l’eccessiva preoccupazione per difetti fisici minimi o inesistenti) e pensieri suicidi. La giovane ha raccontato che l’uso patologico dei social era continuato anche nella sua vita adulta, e che spesso si era ritrovata a sgattaiolare via dal lavoro solo per navigare sulle piattaforme o a modificare continuamente il suo aspetto nelle foto attraverso l’uso dei filtri.
La donna ha accusato Meta e YouTube di aver generato appositamente prodotti che creano dipendenza, l’equivalente digitale delle sigarette. In particolare, sono state messe sotto accusa funzionalità come la riproduzione automatica dei video, lo scrolling infinito (la spirale di scorrimento continuo con le dita sullo schermo di contenuti brevi, che gratificano il cervello con micro scariche di dopamina, a cui il cervello adolescente è particolarmente sensibile) e i consigli algoritmici che propongono foto e video studiati sulle preferenze degli utenti. L’obiettivo di questo tipo di progettazione, secondo gli avvocati di KGM, era fidelizzare i giovani utenti per tenerli sui social il più possibile.
La difesa delle big tech
Meta, tramite i suoi avvocati, aveva affermato che i disturbi mentali sviluppati dalla giovane avessero invece a che fare con la sua infanzia difficile. L’avvocato della donna ha risposto che a maggior ragione, le aziende dovrebbero premurarsi di tutelare la salute dei minori. Il portavoce di YouTube José Castañeda ha poi aggiunto che YouTube è da considerarsi una piattaforma di streaming gestita in modo responsabile e non un social network.
La giovane donna aveva anche portato in tribunale Snap (proprietaria di Snapchat) e TikTok, che hanno però raggiunto un accordo extragiudiziale prima del processo.
Meta e YouTube costrette a risarcire
La giuria ha condannato le due aziende a un risarcimento danni complessivo di 3 milioni di dollari (circa 2,58 milioni di euro: una forma di compensazione per i danni subiti, di cui Meta è stata ritenuta responsabile per il 70% e YouTube per il 30%). Inoltre, le due aziende dovranno pagare altri 2,1 milioni di dollari (Meta) e 900.000 dollari (YouTube) a titolo di danni punitivi, una forma di risarcimento superiore ai danni subiti, che ha anche la funzione di sanzionare chi ha arrecato il danno e che viene utilizzata, nell’ordinamento giuridico statunitense, nei casi di notevole disequilibrio economico tra le parti in causa. Meta e YouTube fatturano miliardi di dollari a trimestre sulle visualizzazioni degli utenti.
Meta e YouTube hanno fatto sapere di non condividere la sentenza e che presenteranno ricorso. Hanno affermato che la salute mentale degli adolescenti è un tema troppo complesso perché possa dipendere da una singola app social; hanno inoltre ricordato che ogni caso è diverso e di aver introdotto già da tempo strumenti per proteggere gli utenti, come i sistemi di controllo parentale o le restrizioni di certi contenuti sensibili (come contenuti che vertono su suicidio, autolesionismo o disturbi alimentari) per gli adolescenti.
Danni da social: qualcosa si muove?
Settimana scorsa, in seguito a un verdetto emesso da una giuria nello Stato del New Mexico, Meta era stata condannata per non aver protetto adeguatamente gli utenti delle sue app dalle ricerche di pedofili, avendo per questo violato le leggi di quello Stato. Secondo la CNN, il caso di KGM è stato il primo di oltre 1.500 altri casi di questo tipo ad essere arrivato in tribunale. La decisione potrebbe pesare su altri contenziosi simili, e se le aziende social si ritrovassero più volte a dover risarcire somme importanti, ciò potrebbe spingerle a rivedere (anche per questioni di immagine) la progettazione delle loro app in una direzione più orientata alla tutela degli utenti.
Questa ondata di cause è stata paragonata dalla stampa americana ai processi contro le multinazionali del tabacco negli anni ’90, che negli anni successivi portarono a un’informazione più onesta e capillare sui danni delle sigarette e a una diminuzione del loro consumo. Intanto, diversi Stati stanno considerando di vietare i social ai minori, dopo l’esempio dell’Australia, che ne ha impedito l’accesso al di sotto dei 16 anni.